Capitolo Sei: "Ines"

La brutta esperienza dai Parise fece stringere le chiappe a tutti gli amici miei.
Il babbo mio aveva le mani particolarmente calde, ma non è che quelli degli altri scherzassero.
A quei tempi i figli si crescevano a pane e bastone e non era mica come adesso che, se un bambino combina qualche fesseria, i genitori lo credono sempre un angiolo pure se sulla capoccia porta le corna ed attaccata al sedere c’ha la coda. Una volta le prendevi metà dal maestro e l’altra metà a casa, metà dal parroco e l’altra metà a casa, metà dal vicino e l’altra metà a casa. E spesso, pure se non avevi fatto niente, le prendevi comunque. Giusto per star sereni.
Se i genitori di Augusto si fossero presentati a casa di qualcuno di noi per chiedere soddisfazione, non ci sarebbero bastate le lacrime per tutte le mazzate che avremmo preso.

Per un poco smettemmo di fregare la frutta e fare i prepotenti in giro, e ci dedicammo solo alla casa abbandonata dietro al mulino: il posto perfetto per starcene per i fatti nostri, non metterci nei guai ed essere lasciati in pace dai grandi.
I paesani erano tutti cacasotto superstiziosi e si credevano che quelle quattro mura fossero segnate dal demonio. La maggior parte di loro faceva di tutto per non passarci neanche davanti e, se proprio era costretta a prendere quella strada, si faceva il segno della croce e poi sputava a terra.
Ma a me quel posto non faceva paura, anzi. Lo ricordavo ancora quand’era pieno di vita e soprattutto mi ricordavo la padrona: la levatrice che ci aveva fatto nascere tutti quanti, pure me e Lucia.

Ines era allegra e sorridente, e m’era sempre piaciuta tanto. Perché era amica della mamma, anche se a noi tutto il paese ci guardava con lo schifo negli occhi, perché non si faceva problemi a prendere a male parole il babbo, “che lu diavolo te se pigli!” gli diceva, e pure perché una volta, trovandomi a rubarle le noci, invece di urlare o arrabbiarsi, mi aveva fatto entrare in casa e mi aveva offerto il latte con il miele. Che io una cosa buona come quel latte lì non l’ho più assaggiata. Da quel giorno, se la passavo a trovare, lei mi dava qualche frutto per riempirmi la pancia e poi raccontava a me ed ai bambini suoi delle storie bellissime. Ci faceva sedere tutti e tre a terra, andava ad aprire la cassapanca dove teneva il corredo e da lì tirava fuori un libro con la copertina dura, se lo metteva sui ginocchi con attenzione, manco fosse un tesoro, e cominciava a leggere. Il più piccolo dei figli suoi di solito cadeva subito addormentato. Quello più grandicello, invece, si stufava in fretta e dopo poco andava fuori a giocare col fango. Solo io rimanevo immobile con la schiena dritta e la bocca aperta a bermi tutte quelle parole, pure quelle difficili che non capivo ma che mi piacevano tanto. A quell’epoca avevo sempre la terra che mi bruciava sotto i piedi, ma Ines con le storie sue mi toglieva la voglia di scappare e m’imbambolava come una magia.
La favola che mi piaceva di più era quella di una fornaia “nera come un tizzone e brutta più del peccato mortale”, ma col cuore allegro e la risata sempre in tasca, “Tizzoncino fa l’uovo - dicevan le vicine”. Lei faceva innamorare persino quell’antipatico del Reuccio che all’inizio le sputava addosso ma poi si prendeva una gran botta e cominciava a chiamarla “Reginotta dell’anima mia!”. Quella storia lì me la sarò fatta leggere almeno dieci volte e l’ho imparata così bene che negli anni l’ho raccontata precisa precisa a tutti: Annamaria prima, e figli e nipoti poi.
Altro che principessine frignone o rimbambite, Tizzoncino era capace di mettersele tutte sotto i piedi ste signorine delicate. “Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!” e Tizzoncino regina ci diventava veramente.

Ines era bruttarella, con le braccia grosse e pelose come quelle di un uomo e un bel nasone a patata, ma non se ne dispiaceva: “Nun sarò bella ma ad Alfredo mio piaccio eccome: cinque anni che simo sposati e nun riesce ancora a tenerse li mano allu posto sua”, diceva e poi rideva, rideva forte. La sua risata era come una caciotta fresca: il benvenuto perfetto per i bambini appena venuti al mondo.
Io le volevo bene e da grande sognavo di diventare come lei, con una bella famiglia, un marito gentile ed una lingua tagliente e sfacciata per dire sempre tutto quello che mi passava per la testa.

Ma purtroppo le cose brutte capitano spesso anche alle persone buone ed Ines, nel giro di un anno, perse tutto, pure la risata e la voglia di vivere. Per colpa di una caduta da cavallo e del morbillo, le morirono prima il marito e poi i due figli. La poveretta, dopo aver seppellito anche il secondo dei bambini suoi, smise di occuparsi di se stessa e della propria casa. Venivano giù capelli e mattoni, si formavano crepe ai muri e rughe profonde intorno agli occhi suoi.

Dieci mesi dopo l’ultimo lutto i vicini, preoccupati per il puzzo ed il silenzio, andarono a bussarle. Batterono e chiamarono a lungo ma lei non rispose. Allora si fece avanti il più grande dei fratelli Casotti, quello che chiamavano “lu mulo”, e lui, a spallate e capocciate, buttò giù la porta.
Ines se ne stava lì, triste e sola, appesa al soffitto.

Quel cuore secco di Don Felicino non volle farle il funerale in chiesa e la fece seppellire in un angolino buio del campo santo, lontana dalla famiglia sua e nascosta come una delinquente. Ma, alla faccia del parroco, i fiori su quella lapide senza nome non sono mancati mai. Glieli hanno sempre portati e glieli portano ancora tutte le mamme del paese. E’ diventata una tradizione, un omaggio ed anche una scaramanzia per allontanare la malasorte, che se stai preoccupata per i figli tuoi ci pensa Ines a buttarci un occhio.
Lei non può essere finita all’inferno, come dicevano le quattro vecchiacce della Chiesa, io non ci credo. L’amica mia c’aveva il cuore troppo buono. Secondo me è volata dritta in cielo e la Vergine, appena l’ha vista, l’è andata incontro e le ha baciato prima una guancia e poi pure l’altra. E da quel momento Ines se ne sta là a raccontare favole ai bimbi che devono ancora nascere o a quelli che se ne sono già tornati indietro. La sera poi va dalla famiglia sua, Alfredo se l’abbraccia stretta e le dice in un orecchio “Reginotta, reginotta dell’anima mia” e lei ride, ride forte.
Può venire pure il vescovo in persona a dirmi che non è possibile, che quello che ha fatto Ines è un peccato troppo grave per essere perdonato, ma a me questa idea non me la toglie nessuno dalla capoccia. Lei non solo se ne sta bella bella in paradiso, ma occupa pure un posto importante. Perché almeno dall’altra parte un poco di giustizia ci deve stare.

Continua...

N.d.A. la storia di Tizzoncino, il cui titolo originale è “Spera di sole”, fu scritta da Luigi Capuana(1839-1915) ed è contenuta nella raccolta “Si conta e si racconta”(Muglia Editore, 1913; Pellicanolibri, 1985)

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